mercoledì 10 ottobre 2018

Conforme alla gloria, di Demetrio Paolin


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2016
Un intrico di trame apparentemente parallele che inevitabilmente si incrociano e dialogano tra loro attraversando tre generazioni, tra il 1945 e il 2010. Anche i luoghi nei quali accadono le vicende raccontate sono apparentemente lontani tra loro, ma anche i luoghi, così come le storie, arrivano a comunicare tra loro, e si avvicinano.
E' un romanzo che ci riporta a vivere un pezzo di storia scomoda, della nostra storia di uomini che ad un certo punto si sono dimenticati di essere uomini e che si sono dimenticati di avere di fronte a loro altri uomini; un pezzo della nostra storia che troppo spesso nascondiamo, come la polvere, sotto un tappeto.
Ma questa storia ci riporta con vigore non solo indietro nel tempo ma dentro il tempo, un tempo che in fondo non esiste perché il tempo è la memoria e dove esiste la memoria il tempo non serve più.
E poi è un libro sulla verità: "esistono tante verità quanti sono gli uomini" diceva il mio professore di Psicologia Dinamica tanto tempo fa e questo è quanto sapientemente ci dimostra l'autore attraverso le pagine di questa storia, piene di personali verità, soggettive, camuffate, pietose, vergognose. Verità che guardiamo in faccia con timore, perché non sappiamo che cosa ci troveremo dentro, lo sospettiamo e per questo non siamo mai pronti.
E' un libro che parla anche di rispetto, di profondo rispetto per ogni uomo, per quello che sente, per quello che prova sulla sua pelle. E' profondamente sbagliato, inopportuno, crudele e presuntuoso pensare di sapere che cosa sente un altro uomo sulla propria pelle e non ce lo dobbiamo dimenticare mai, soprattutto quando, aldilà di tutto, ci sentiamo pronti a giudicare, a puntare il dito, a sentirci migliori.
E' un libro che fa male, ed è giusto che sia così, perché dobbiamo rimanere vigili, affinché ciò che è stato non ritorni.

sabato 8 settembre 2018

Le ore, di Michael Cunningham

Premio Pulitzer 1999.
Chi ama Virginia Woolf non può non leggere (e quindi amare) questo omaggio a lei e alla sua arte. Michael Cunningham riesce a fare qualcosa di raro: farci amare un libro che parla di un altro libro. E della sua autrice.
Le ore racconta le vite di tre donne che pur vivendo in epoche differenti sono accomunate da qualcosa di speciale, un libro: Mrs Dalloway (che dapprincipio, nelle intenzioni della Woolf, doveva intitolarsi anch'esso "The hours").
La prima storia è proprio quella di Virginia Woolf, che sta scrivendo il suo libro e sta vivendo giorno dopo giorno quel cammino faticoso, complicato, doloroso e per lei estenuante che la condurrà infine al suicidio; la seconda è la storia di Laura Brown, che, colpita e quasi ossessionata dal libro, riuscirà a lasciarsi alle spalle una vita insoddisfacente per cercare e ritrovare se stessa; la terza è la storia di Clarissa Vaughan, intellettuale newyorchese che rivive, in un certo senso, qualche momento della vita della Clarissa protagonista di Mrs. Dalloway: infatti la conosciamo mentre sta organizzando una festa, in questo caso, però, in onore di un poeta e scrittore amico, che non riuscirà a reggere le difficoltà di una malattia ormai incurabile e deciderà di farla finita.
Tre donne complesse, tre destini differenti, tre storie che ci regalano riflessioni su di noi, fragili creature che viviamo immerse in sentimenti contrastanti e alla perpetua ricerca della felicità, o almeno di qualcosa che si avvicini un poco alla sensazione della felicità, metafora effimera di una vita soddisfacente e piena.
Da non perdere il film di Stephen Daldry tratto dal libro, con Meryl Streep, Nicole Kidman e Julianne Moore.

sabato 25 agosto 2018

Winesburg, Ohio, di Sherwood Anderson

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Se leggiamo questo romanzo fatto di racconti da un punto di vista prettamente umano, le storie non risentono del tempo passato. Un secolo non è bastato a cambiare il senso di solitudine che un uomo o una donna possono provare di fronte alla propria inadeguatezza o di fronte ad altre persone così diverse da peggiorare fino all'estremo il senso della propria solitudine.
I protagonisti hanno in comune due aspetti fondamentali: sono tutti cittadini di una cittadina rurale ai margini dell'America e sono afflitti ognuno dalla propria personale solitudine.
La storia di ognuno di loro diventa di fatto la storia di George Willard, un ragazzo che, attraversando da protagonista o da osservatore le vite degli altri, decide, alla fine, di andarsene via come unica possibilità di crescita e di salvezza.

Winesburg, Ohio, è uno di quei libri che, appena finito, ho avuto la sensazione di dover rileggere, per la paura di non aver colto tante piccole riflessioni umanamente vere che l'autore ha disseminato tra i capitoli. E' scritto con il linguaggio e i pensieri delle persone semplici, ma con la profondità di chi conosce molto bene l'animo umano e lo sa raccontare attraverso parole e avvenimenti apparentemente banali.

"...quando lei scese e comparve sulla porta, egli perse la sua sicurezza e diventò stupido"
"...si dimenticò di essere un contadino vecchio e saggio e, gettato via il cappotto strappato, si mise a correre per il campo"

Oggi la ristrettezza di orizzonti che i protagonisti di questo libro erano costretti a subire, probabilmente sarebbe ampliata dalle opportunità tecnologiche che ci permettono un contatto con il mondo da ogni angolo della terra, anche il più sperduto. Ma siamo così sicuri che basti una televisione o un collegamento wi-fi per renderci informati, partecipi della vita del mondo e soprattutto, invulnerabili alla solitudine?

sabato 5 maggio 2018

Le italiane si confessano, di Gabriella Parca

1959
"Le italiane si confessano" è un libro di autoritratti. Vi sono raccolte, infatti, le lettere che tante giovani donne hanno scritto e inviato a una rivista femminile nel corso degli anni '50. Hanno chiesto a persone sconosciute, ma spesso considerate "gli unici amici", i consigli e i pareri più disparati.
A una prima lettura, come ha scritto Pier Paolo Pasolini nella sua prefazione a una delle tante edizioni, il libro potrebbe divertire, in realtà, ascoltare queste voci fa riflettere sulla condizione femminile di quegli anni.
La raccolta, infatti, è uno spaccato importante della storia della nostra cultura: spesso le donne raccontano colpe che si sentono ma che non hanno, raccontano pensieri profondi, per loro vergognosi o al limite del lecito, fanno riflessioni ingenue, pongono domande spinose, a volte decisive per la loro vita, come dichiarano a volte con grande fervore alla fine delle loro lettere.
Spesso traspare da queste pagine tanta solitudine: è evidente che spesso nel contesto nel quale vivono non vengono ascoltate e capite e che sono costrette a cercare qualcuno che guardi il mondo insieme a loro, per capirlo meglio.
E' in fondo uno spaccato antropologico, valorizzato dalla prefazione di Cesare Zavattini, e che è necessario leggere con calma. Sono tante storie, ognuna con il peso di una vita a volte molto complessa, piena di difficoltà.


Eravamo tutti vivi, di Claudia Grendene

2018
Ho letto "Eravamo tutti vivi" in un giorno. L'ho aperto, l'ho letto e poi richiuso. In mezzo non c'è stato altro, a parte le vite dei protagonisti, che mi hanno riportata in un mondo che ho sfiorato e del quale Claudia mi ha restituito dei tasselli che mi sono cari. Ho vissuto l'Università di Padova più o meno negli stessi anni, sono coetanea dei loro destini, sono spettatrice diretta delle loro vite, forse ne ho incrociata qualcuna mentre andavo in bicicletta in Facoltà, forse ne ho sfiorata qualcuna mentre cercavo di conciliare il mio lavoro con le lezioni. E poi la mia vita degli anni successivi, un amore per una città dove non mi sono integrata mai, anche se vi sono nata, ho fatto tanti degli errori che hanno fatto i protagonisti della storia, con alcuni di loro condivido la ricerca continua che non ho ancora concluso e che forse non concluderò mai...
Spesso nei libri che leggiamo riconosciamo una parte di noi, nei libri speciali scopriamo una parte di noi che pensavamo di avere perso o che non conoscevamo: questo è quanto ho trovato nel libro di Claudia.
E' un libro che parla di una generazione, è vero, ma è anche un libro che parla d'amore vero e disilluso, di amicizie profonde, di sogni realizzati e a volte solo rincorsi, di illusioni effimere, di speranze alle quali attanagliarsi.
E' un libro che guarda avanti e per farlo ha scelto di guardare indietro, con la cura che serve per dare valore alle cose preziose.

mercoledì 7 febbraio 2018

Virginia Woolf, Gita al faro

1927
Il romanzo si divide in tre parti: la prima racconta un momento della vita di una famiglia il giorno prima di una gita (che non si farà), la seconda parte racconta sostanzialmente la desolazione di una casa abbandonata, la terza parte la famiglia ritorna nella vecchia casa e finalmente organizza la gita che non era stata fatta in passato. Questo il riassunto, scarno e oggettivo, dei fatti.
Il romanzo, in realtà, racconta la vita di una famiglia e di alcune persone che vivono insieme a questa famiglia all'inizio nel corso di una vacanza al mare. La particolarità di queste diverse personalità è che si incrociano ma che non si "incontrano" mai, perché di fatto non riescono a comunicare in maniera efficace.
"Una donna senza cuore, la chiamava; lei non gli diceva mai che lo amava. Ma non era così... non era così. Era solo che non riusciva mai a dire quel che provava".
E' un libro sulla solitudine di ognuno, ricercata, imposta, poco importa. Ognuno è solo.
E' un libro anche costellato di piccole e grandi epifanie che nascono in momenti di vita normale, epifanie che fanno rivedere il mondo da un punto di vista completamente nuovo e più consapevole:
"Ma che cosa ho fatto io della mia vita? Pensò la signora Ramsay, prendendo posto a capotavola e guardando i piatti che vi disegnavano cerchi bianchi".

sabato 3 febbraio 2018

Gente di Dublino, di James Joyce

1914
Questo libro è considerato un un capitolo della storia morale dell'Irlanda. Nella quarta di copertina questi quattordici racconti vengono definiti uno "specchio ben forbito" dei dublinesi, che si osservano mentre non riescono ad andare oltre il loro atteggiamento passivo nei confronti della vita.
Ogni racconto pare una piccola inchiesta etico-sociale anche se Joyce è soprattutto uno scrittore definito "simbolista".
Il racconto conclusivo della raccolta, I morti, è il simbolo dell'ambiguità della vita. Racconta, attraverso una festa di Natale, il microcosmo di una Dublino i cui valori sono a volte legati alle abitudini.
Il protagonista ad un certo punto sente un moto d'amore nei confronti della propria moglie in un momento in cui la vede assorta ed eterea, mentre lei osserva la festa senza essere vista. Scoprirà poi che in quel momento lei stava pensando a un suo amore passato, morto in gioventù.
Quindi ella ha avuto un grande amore, del quale lui non aveva mai saputo nulla. Questi l'aveva amata, amata talmente da morirne. E lui non ne era a conoscenza. Una storia così importante in una vita che lui pensava di conoscere.
Nasce in lui la consapevolezza dell'impossibilità di conoscere del tutto un'altra persona. Qualcosa ci sfugge sempre, qualcosa è sempre relativo. Ogni momento, ogni vita non può che essere vissuta solo dal proprio punto di vista. Da qui nasce la consapevolezza di una profonda solitudine.

mercoledì 31 gennaio 2018

Edith Wharton, I ragazzi

Un giovane uomo, in attesa da anni di condividere la sua vita con una donna sposata, finalmente potrebbe farlo, dato che lei è rimasta improvvisamente vedova.
Nel corso del viaggio per raggiungerla, il protagonista conosce un gruppo di ragazzini, figli di due suoi vecchi amici e ne rimane affascinato.
Colpito dal rapporto esistente tra i fratelli e ammaliato suo malgrado dalla sorella maggiore che, pur essendo lei stessa ancora una bambina, segue in prima persona la crescita dei fratelli più piccoli, Martin desidera stare con loro e aiutarli.
Non lo ammette, Martin, se non dopo tanto tempo, di essersi innamorato di questa ragazza, tuttavia cerca di far avanzare la sua storia, purtroppo con poca convinzione.
Alla fine rimarrà solo, per non aver saputo ammettere e gestire con più spontaneità i suoi sentimenti.

domenica 28 gennaio 2018

John Fante, Chiedi alla polvere

Libro del 1939.
La ricerca e il rifiuto di sé, tutto nello stesso libro.
"Due persone in una stanza: una è una donna, l'altra è Arturo Bandini, che non è né carne né pesce, né niente", scrive Fante del suo protagonista. E questo sarà Arturo Bandini per tutto il romanzo.
Siamo noi Arturo, siamo noi le persone alla ricerca di qualcosa, una ricerca che ci rende concreti e tridimensionali, visibili agli altri e accettati da noi stessi come persone piene di contraddizioni.
Gli aspiranti scrittori troveranno in questo libro uno specchio nel quale ricercare traccia della propria passione. Arturo ha talento e riesce facilmente a realizzare scritti, scrive un racconto e glielo pubblicano, scrive una lettera e diventa automaticamente un racconto, scrive un romanzo e subito gli viene pubblicato. Forse difficilmente possiamo competere con il talento innato di Arturo Bandini e per questo, se siamo aspiranti scrittori, ci può risultare anche un po' antipatico, ma Arturo è anche un uomo innamorato e disperato, che fa di tutto per conquistare la sua amata, che fa di tutto per farla innamorare di lui, con fortune alterne.
E poi Arturo è contraddittorio, vive nella Los Angeles della perdizione, del sesso facile, della droga, del tutto è permesso, ma è anche avvolto nella sua morale Cattolica che lo guida nelle sue scelte nei momenti più impensabili.

John Williams, Stoner

Grazie infinite a chi ha avuto l'intuizione, nel 2003, di ristampare questo libro del 1965. La domanda che sorge è: come mai, negli anni '60 non ha avuto lo stesso successo e la stessa considerazione che ha avuto oggi? Provo a dare una mia personale interpretazione dell'accaduto: forse negli anni '60, in un periodo in cui il mondo stava vivendo una sorta di rinascita le persone stavano vivendo un periodo di benessere (apparente o profondo non lo so), ma evidentemente non c'era molto spazio per una introspezione così cruda e spietata.
Poche persone, evidentemente, volevano o erano disposte a riconoscersi in una persona come Stoner, che vive una vita talmente normale, lineare, ordinaria, da essere considerata quasi vuota.
In quel periodo la volontà era quella di emergere e di non essere persone ordinarie, come invece è Stoner: una persona che in fondo non si fa molte domande, vive e basta.
Oggi, invece, forse Stoner ci appartiene un po' di più: c'è una consapevolezza più profonda di quanto possa essere ordinaria la vita, ma allo stesso anche speciale, perché è nostra vita. Di questo Williams non parla direttamente, ma è riuscito, in questo romanzo, a rendere straordinaria una vita ordinaria, raccontandola in maniera impeccabile. A volte, leggendo il libro, verrebbe voglia di scuotere Stoner e di dirgli "ma ti rendi conto di quello che ti sta capitando?"