
Se leggiamo questo romanzo fatto di racconti da un punto di vista prettamente umano, le storie non risentono del tempo passato. Un secolo non è bastato a cambiare il senso di solitudine che un uomo o una donna possono provare di fronte alla propria inadeguatezza o di fronte ad altre persone così diverse da peggiorare fino all'estremo il senso della propria solitudine.
I protagonisti hanno in comune due aspetti fondamentali: sono tutti cittadini di una cittadina rurale ai margini dell'America e sono afflitti ognuno dalla propria personale solitudine.
La storia di ognuno di loro diventa di fatto la storia di George Willard, un ragazzo che, attraversando da protagonista o da osservatore le vite degli altri, decide, alla fine, di andarsene via come unica possibilità di crescita e di salvezza.
Winesburg, Ohio, è uno di quei libri che, appena finito, ho avuto la sensazione di dover rileggere, per la paura di non aver colto tante piccole riflessioni umanamente vere che l'autore ha disseminato tra i capitoli. E' scritto con il linguaggio e i pensieri delle persone semplici, ma con la profondità di chi conosce molto bene l'animo umano e lo sa raccontare attraverso parole e avvenimenti apparentemente banali.
"...quando lei scese e comparve sulla porta, egli perse la sua sicurezza e diventò stupido"
"...si dimenticò di essere un contadino vecchio e saggio e, gettato via il cappotto strappato, si mise a correre per il campo"
Oggi la ristrettezza di orizzonti che i protagonisti di questo libro erano costretti a subire, probabilmente sarebbe ampliata dalle opportunità tecnologiche che ci permettono un contatto con il mondo da ogni angolo della terra, anche il più sperduto. Ma siamo così sicuri che basti una televisione o un collegamento wi-fi per renderci informati, partecipi della vita del mondo e soprattutto, invulnerabili alla solitudine?
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