sabato 3 febbraio 2018

Gente di Dublino, di James Joyce

1914
Questo libro è considerato un un capitolo della storia morale dell'Irlanda. Nella quarta di copertina questi quattordici racconti vengono definiti uno "specchio ben forbito" dei dublinesi, che si osservano mentre non riescono ad andare oltre il loro atteggiamento passivo nei confronti della vita.
Ogni racconto pare una piccola inchiesta etico-sociale anche se Joyce è soprattutto uno scrittore definito "simbolista".
Il racconto conclusivo della raccolta, I morti, è il simbolo dell'ambiguità della vita. Racconta, attraverso una festa di Natale, il microcosmo di una Dublino i cui valori sono a volte legati alle abitudini.
Il protagonista ad un certo punto sente un moto d'amore nei confronti della propria moglie in un momento in cui la vede assorta ed eterea, mentre lei osserva la festa senza essere vista. Scoprirà poi che in quel momento lei stava pensando a un suo amore passato, morto in gioventù.
Quindi ella ha avuto un grande amore, del quale lui non aveva mai saputo nulla. Questi l'aveva amata, amata talmente da morirne. E lui non ne era a conoscenza. Una storia così importante in una vita che lui pensava di conoscere.
Nasce in lui la consapevolezza dell'impossibilità di conoscere del tutto un'altra persona. Qualcosa ci sfugge sempre, qualcosa è sempre relativo. Ogni momento, ogni vita non può che essere vissuta solo dal proprio punto di vista. Da qui nasce la consapevolezza di una profonda solitudine.

Nessun commento:

Posta un commento