domenica 28 gennaio 2018

John Williams, Stoner

Grazie infinite a chi ha avuto l'intuizione, nel 2003, di ristampare questo libro del 1965. La domanda che sorge è: come mai, negli anni '60 non ha avuto lo stesso successo e la stessa considerazione che ha avuto oggi? Provo a dare una mia personale interpretazione dell'accaduto: forse negli anni '60, in un periodo in cui il mondo stava vivendo una sorta di rinascita le persone stavano vivendo un periodo di benessere (apparente o profondo non lo so), ma evidentemente non c'era molto spazio per una introspezione così cruda e spietata.
Poche persone, evidentemente, volevano o erano disposte a riconoscersi in una persona come Stoner, che vive una vita talmente normale, lineare, ordinaria, da essere considerata quasi vuota.
In quel periodo la volontà era quella di emergere e di non essere persone ordinarie, come invece è Stoner: una persona che in fondo non si fa molte domande, vive e basta.
Oggi, invece, forse Stoner ci appartiene un po' di più: c'è una consapevolezza più profonda di quanto possa essere ordinaria la vita, ma allo stesso anche speciale, perché è nostra vita. Di questo Williams non parla direttamente, ma è riuscito, in questo romanzo, a rendere straordinaria una vita ordinaria, raccontandola in maniera impeccabile. A volte, leggendo il libro, verrebbe voglia di scuotere Stoner e di dirgli "ma ti rendi conto di quello che ti sta capitando?"

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